Non poteva esserci momento migliore, a cavallo tra Olimpiadi e Paralimpiadi, per dedicare una serata allo spirito di Olympia. È stato questo il filo conduttore della conviviale di febbraio del Panathlon Club Pordenone, la prima presieduta dal nuovo presidente Giorgio Amadio.La serata si è aperta con un momento particolarmente significativo: il ringraziamento ad Adriana Predonzan e Giuseppe Muto. Dopo tanti anni da autentiche colonne del sodalizio, hanno lasciato il Consiglio direttivo. Tra gli applausi della sala, il presidente Giorgio Amadio e i vicepresidenti Romanina Santin e Luigi Brusadin hanno consegnato loro una pergamena e una targa commemorativa, quale segno di sincera gratitudine per il prezioso contributo offerto al Club.
Il clou dell’incontro è stata la conversazione sulle Olimpiadi.
Il past president Massimo Passeri ha guidato il dialogo con le sue domande. A intervenire sono stati il professor Paolo Moro, che ha approfondito il significato delle Olimpiadi nell’antica Grecia, e Daniele Molmenti, medaglia d’oro olimpica nel kayak a Londra e oggi allenatore del campione olimpico Giovanni De Gennaro, anch’egli medaglia d’oro. Molmenti ha raccontato l’emozione della massima vittoria, vissuta sia daatleta sia da tecnico.
Insieme hanno tracciato un quadro ricco e coinvolgente. Pur tra profondi cambiamenti storici, lo spirito olimpico resta immutato nella sua sostanza, dalla prima edizione del 776 a.C. fino ai Giochi dei nostri giorni.
Alla base c’è l’areté. C’è la competizione intesa come confronto regolato e leale. È il
combattimento sportivo racchiuso nel motto “Citius, Altius, Fortius”, cui solo di recente si è aggiunto “Communiter”. Lo sport educa e forma. Come ha sottolineato Molmenti, la vittoria è figlia dei valori che l’atleta incarna ogni giorno della propria vita.Il sogno nasce dal gioco. Poi diventa consapevolezza. Infine si trasforma in carriera sportiva. Per Molmenti, il sogno ha preso davvero forma dopo la sconfitta di Pechino. Il vero campione, infatti, dalle sconfitte sa imparare. Trova nuovi stimoli per crescere. È campione chi sa comportarsi da campione, nel rispetto delle regole, scritte e non scritte, degli avversari e dei giudici.
Il fuoco sacro di ieri vive oggi nella fiamma olimpica, con il suo lungo percorso e il suo ardere nel braciere durante i Giochi. Fu spenta solo a Londra, per una necessità tecnica. Un episodio che fece discutere. Sebastian Coe si mostrò furente verso quegli atleti che parlarono di Olimpiade sfortunata.
Anche la tregua olimpica è cambiata. Un tempo serviva per consentire a tutti di partecipare, commerciare — perché il business non era secondario neppure allora — e assistere ai Giochi. Oggi è meno sentita, se non da chi è direttamente coinvolto nei conflitti.
Il giuramento solenne è ora accompagnato da un contratto articolato e dettagliato. Per chi non rispetta le regole non c’è più la maledizione di Zeus o la statua a eterna memoria
dell’infamia, ma intervengono i meccanismi della giustizia sportiva. Se gli atleti di ieri ricevevano vitto e alloggio gratuito a vita nel pritaneo della loro città, oggi resta la medaglia. Il suo valore più autentico non è quello commerciale. È la storia che racchiude. Una storia fatta di sudore, fatica, lacrime, sconfitte enotti insonni.
Così, vivendo la propria esperienza da tedoforo lungo le strade di Vajont, accompagnato solo dalla famiglia, Daniele Molmenti ha sentito nel cuore un grande orgoglio. Quella fiamma non è soltanto un’immagine da condividere. È il simbolo di una luce che ha illuminato le vite di innumerevoli campioni del passato e del presente. Nella speranza che i loro sforzi possano lasciare alle generazioni future un mondo un po’ migliore di quello trovato. Nel segno di una tradizione magnifica che da oltre 2500 anni unisce il mondo intero: ludis iungit.
